La nostra società è basta su un unico modello economico (capitalista), orientato alla costante crescita, il cui volto buono apparentemente è migliorare la vita dell’uomo ma il cui reale intento è solo uno: profitto!
La costante ricerca di profitto ha spinto gli imprenditori - sin da quando i popoli hanno iniziato ad intensificare gli scambi commerciali - a trovare delle fonti di sfruttamento delle materie prime che, ovviamente, dovevano essere pagate il meno possibile.
La corsa del colonialismo, che ha visto anche noi italiani alla ricerca di ricche colonie lontane, ha arricchito alcune nazioni e ha devastato il tessuto sociale dei colonizzati.
Ancor oggi, in Africa, assistiamo a guerre tribali ed ad instabilità politiche pilotate che sono un brodo di coltura per la crescita dei grossi affari di aziende multinazionali che possono sfruttare giacimenti minerari pagando royalties irrisorie.
Anche la nostra coscienza di italiani non è del tutto tranquilla perché l’ENI nella area del Niger è presente con impianti di trivellazione che, a causa delle perdite delle condutture, causano il continuo degrado e l’esodo della popolazione – intossicata e affamata - che sul fiume aveva basato la propria esistenza nel rispetto dell’ecosistema.
Nell’era tecnologica globalizzata, in cui i prezzi delle materie prime sono stabiliti dalle borse internazionali, l’osso delle materie prime è stato spolpato e assistiamo alla corsa allo sfruttamento della nuova risorsa: la manodopera e le abilità dell’uomo.
La globalizzazione - fenomeno inarrestabile - non ha come obbiettivo la diffusione del benessere e la condivisione delle ricchezze ma semplicemente persegue il solito obbiettivo di sempre: massimizzare i profitti di pochi.
In merito all’alimentazione umana l’industria alimentare persegue i medesimi obbiettivi di tutte le aziende: offrire prodotti richiesti dai consumatori con il profitto come principale “focus”.
L’amore e la passione per “le cose buone di una volta” sono valori che sono enunciati solo negli spot pubblicitari.
Da trent’anni lavoro come tecnico di strumentazioni nel settore alimentare e più volte la mia chiave lettura è stata confermata.
Sono stato dentro tutti i laboratori di una famosa multinazionale del latte che, con il suo inaspettato crack, ha prosciugato le tasche di molti italiani, ma non ho mai incontrato le frotte festanti di bambini gioiosi che comparivano negli spot pubblicitari e tanto meno ho verificato la evidente superiorità del prodotto rispetto alle altre aziende competitrici.
Un mio collega mi ha messo in guardia dall’acquistare dei salumi di certe aziende perché utilizzano coloranti per emulare il rosso della paprica e prodotti chimici per dare la sensazione del “piccante” tipico di alcuni salumi.
Il profitto detta le sue regole e le leggi stabiliscono i limiti di ammissibilità di quei prodotti chimici che, ormai è dimostrato, hanno effetti mutageni (leggasi cancro).
Guarda caso che i limiti possono essere spostati con leggi fatte ad Hoc per favorire una lobby piuttosto che l’atra.
La tutela della salute pubblica è un bel concetto scritto sulla carta che viene considerato subito dopo gli interessi delle aziende e del “fattore occupazionale”.
Le nostre scelte individuali sono importanti e fondamentali e perciò dobbiamo studiare ed imparare quali sono le ripercussioni.
Scegliere di andare a fare la spesa con una sacchetto di plastica riutilizzato è già un segno di attenzione per l’ambiente; meglio ancora sarebbe portare con se una borsa si canapa come facevano le nostre nonne.
Scegliere un prodotto fuori stagione non aiuterà i nostri agricoltori perché importato dall’estero con un elevato impatto ambientale causato dal carburante utilizzato per il trasporto.
Orientare la nostra scelta di cibo verso prodotti i di origine vegetale è un bel segno di cambiamento.
Io ancora non sono vegetariano ma conosco l’impatto che la produzione di un chilo di carne ha sull’ambiente in termini di consumi di acqua e produzione di gas serra.
Non è mia intenzione tediare nessuno con le mie osservazioni perché non sono “farina del mio sacco”.
Dopo la lettura di un libro - quasi introvabile- la mia sensibilità si è acuita e non posso fare a meno di dire che tutto ciò che è stato pubblicato dopo “UN PIANETA NON BASTA” di Franco Muzzio Editore (originariamente THE POPULATION BOMB) altro non fanno che ricalcare le orme già tracciate, moltissimi anni fa, dai due scienziati ecologisti americani P.R. Ehrlich e A.H. Ehrlich.
Al termine della lettura dell’inquietante libro, che molti miei amici hanno volutamente chiudere in anticipo, i due autori ci esortano a cambiare il nostro stile di vita e ad intraprendere delle semplici azioni.
Per lungo tempo mi sono sentito “un numero inutile” e ho vissuto la frustrazione di sentirmi insignificante.
Un amico a cui ho parlato mi ha detto una cosa bellissima e indimenticabile: “io sono un semplice e piccolo cerino ma sono di estrema importanza perché - in un ambiente completamente buio- la mia umile presenza può significare luce e vita per molti”.
Un’altra cosa importante ed ovvia desidero condividere in queste righe: “la verità ci viene nascosta e – incessantemente - la dobbiamo cercare”.
Giorgio